News ArvimaResidenza d’artista 2026

Residenza d’artista 2026

PersonalMente

di Carlo Urgese

Basta osservare Carlo Urgese mentre lavora, per capire che lavorando scivola altrove.

Mi appunto questa idea e lui sta distribuendo sul tavolo le squame cartacee di carpe Koi, come se desse carte da gioco, e intanto conta.

Poi incolla le migliaia di squame tagliate con un plotter, e i gesti si ripetono pacati ma veloci, ribadendo la familiarità con la materia che lo accompagna da tempo.

Prima di legittimarsi artista – « Ho quasi smesso di vergognarmi di chiamarmi artista » –, Carlo Urgese era pubblicitario: non che ora abbia rinunciato a esserlo, perché il coefficiente artistico si insinua in tutto, se artisti si è. Non c’è neppure bisogno di pensarci. Ecco, poco fa era su una scala a sciogliere cavi ingarbugliati, e c’era una leggerezza nella pazienza con cui li districava che infatti direi essere la sua cifra stilistica.

Dunque, le carpe Koi, che arrivano dal mondo giapponese entrato nel suo immaginario di adolescente e confermatosi quando negli anni Novanta Milano – specie la moda – intendeva riscoprire l’eleganza del Giappone.

Carlo Urgese lavora con i simboli: la carpa Koi rappresenta la trasformazione e il coraggio, nonché il coraggio della trasformazione. Secondo una leggenda cinese, gli dèi avrebbero trasformato una carpa in drago, impressionati dalla sua forza di volontà nel risalire le rapide del fiume Giallo, e il drago nella cultura orientale è anche l’immortalità. Non a caso l’artista reca l’irezumi di una carpa Koi sulla schiena.

Così, benché il tatuaggio sia per lo più negato alla vista altrui, per chi lo sa, sembra che nel lavoro di Carlo Urgese non ci sia stacco tra la sua vita e la sua arte, e che in fondo lavorando lui nuoti, carpa tra le carpe.

Anche i colori dei pesci hanno una valenza simbolica, che si lega al processo alchemico secondo cui il nero è della materia grezza e il bianco è di quella incandescente, che si fa rossa una volta raffreddata e compiuta.

Il nero, il bianco e il rosso sono poi i pigmenti naturali con cui gli uomini del Paleolitico dipingevano scene di caccia sulle pareti delle caverne: i colori dell’inizio dell’arte, connessa alla vita ma anche a una dimensione sacrale, in antico sempre sottolineata da colori forti, come infatti nelle metope dei templi dorici.

Però il colore delle carpe è anche pop, e le carpe sono quasi modelli per un cartone animato: le bianche seguono l’unica nera, via via sporcandosi; invece, una rossa cambia direzione e se ne va. Sembra una favola che veicola in immagini l’idea della trasgressione, del pensiero critico che si sottrae alle menzogne del capobranco. Mentre tutte le carpe si schierano al seguito della leader nera, quella rossa fugge in senso opposto. La si ritroverà, in parte persino dorata, nell’atrio del Collegio Cairoli, dove l’installazione prosegue con un unico esemplare che cerca acque migliori in cui si coltiva il sapere.

La lavorazione della carta diventa quasi uno stato meditativo, di astrazione e di appagamento interiore, e però è anche il fare artigianale che Carlo Urgese ama e di cui ha quasi nostalgia, nel molto concettualismo del contemporaneo.

Ecco perché le forme sono leggibili, piene, galleggiano nell’aria anche desemantizzate. Se anche il senso non fosse immediato, esisterebbero comunque come pesci, tanti pesci colorati sospesi in aria, distribuiti a comporre la punta di una freccia, con l’unica eccezione di un pesce rosso che segue una rotta solo sua.

Ora, che la sala di scultura dell’Ar.Vi.Ma. diventi un fiume ideale è fantasia gioiosa, come di gioia si tinge il pesce che scappa. Allegre sono le carpe ultimate appese a grucce in attesa di entrare in scena, come ballerine di fila dietro le quinte con la bocca socchiusa e lo sguardo sgranato. L’artista di volta in volta le sospende a cavi tesi, un po’ acrobata, un po’ pescatore.

L’opera comunica però, a dirla tutta, un messaggio aspro, perché l’orientamento delle carpe si affida all’unica dalla livrea scura, che ne corrompe la purezza o ingenuità originaria. Perché non vi sia contagio occorre virare, ma solo una carpa lo fa, non così le altre quattordici.

Tuttavia l’aria, che scorre come l’acqua e come la corrente dell’acqua può accarezzare, insieme con la carta che è la polpa gentile dei pesci installati, non può che fare lieve l’amarezza di sottofondo, e assecondare la speranza della deviazione dal main stream, come via di fuga e di salvezza.

Silvia Ferrari Lilienau (Pavia, settembre 2026, mentre Carlo Urgese è al lavoro)

Scroll up