Emanuele Dainotti – “San Nepomuceno”

ITA

San Nepomuceno
Silvia Ferrari Lilienau

SAN NEPOMUCENO è l’ultimo lavoro di una triade: la prima opera
video è SANTA TERESA, ispirata a una città messicana
d’invenzione tratta dal romanzo 2666 di Roberto Bolaño, la seconda
si intitola SANTA MARÍA, e trae spunto dalla città omonima di cui
scrive Juan Carlos Onetti, anch’essa immaginata, ibridazione di
Buenos Aires e Montevideo.
SAN NEPOMUCENO è la versione onirica di Pavia a firma di
Emanuele Dainotti, che dopo aver restituito le atmosfere dei due
scrittori latinoamericani, ne costruisce di proprie, ancora una volta
tuttavia rapito da fonti letterarie, e qui l’autore è il filosofo romeno
Emil Cioran, e l’interesse prevalente i suoi aforismi.
Ora, il linguaggio di Emanuele Dainotti è video, ma parte dalla
scrittura, della scrittura diventando una sorta di illustrazione, però
non didascalica.
È semmai come se nello spazio di pochi minuti – peraltro
potenzialmente prolungati all’infinito in un procedere in loop –
concentrasse il succo del testo da cui muove i passi.
Proprio la volontà di riduzione lo ha reso sensibile alla massima
aggregazione di senso in poche parole, come infatti accade
nell’aforisma.
Nella cornice dell’inquadratura, si compie qualcosa di formalmente
minimo ma intenso nel concetto: se si decidesse di svolgere l’idea,
se ne ricaverebbe uno scritto.
Allora c’è una sorta di circolarità tra letteratura di partenza e opera
video, si va dall’una all’altra e alla prima si ritorna, e il loop
conferisce al video il tempo ideale del mai finito, dell’inizio che
riparte dopo la fine, e dunque di un tempo anche leggibile al
contrario.
Dalle tre inquadrature asincrone di SANTA MARÍA, ambientate in
un quartiere malfamato di Montevideo, in SAN NEPOMUCENO
Emanuele Dainotti passa a un solo piano sequenza in cui egli
stesso – regista e interprete – compare come cadendo dall’alto
sulla riva del Ticino, si rialza e fuma una sigaretta guardandosi
intorno, si getta nelle acque del fiume.

Succede così poco, un’apparizione e una scomparsa. La cornice è
regolare, la notte nitida, ma l’entrata in scena è uno scorcio ardito
accompagnato da un urlo che incomincia da lontano, e il salto verso
il basso è riduzione di peso compositivo. C’è una doppia violazione
del frame, per l’intrusione di un elemento spurio, l’uomo – rispetto
alla natura e all’acqua del fiume – e la sua subitanea sottrazione
alla scena. Quasi fosse irregolare l’azione, a dispetto della
precisione perimetrale.
Ci sono l’arrivo e la dipartita, l’arrivo come caduta che rende visibili,
la dipartita come caduta che toglie allo sguardo: fra le due
parentesi, la permanenza temporanea come disorientamento. Con
un codice visivo severo e breve, che infatti rimanda a riflessioni di
Cioran sul suicidio.
Nepomuceno, predicatore boemo morto annegato per volere di re
Venceslao, è infatti il santo delle acque, e una cappella a lui
dedicata si apre al centro del Ponte Coperto di Pavia.
La figura del santo diventa un luogo metaforico, quasi si allarga a
cupola come il manto della Madonna della Misericordia di Piero
della Francesca, al pari di quella Madonna diventa, benché qui fuor
di pittura e solo idealmente, uno spazio ritagliato con ratio quasi
rinascimentale.
Il lavoro di Emanuele Dainotti ha poi la finezza e la concisione di un
fare che procede – come lo scultore – per levare. Se levare in
scultura è definire la forma, nell’opera video è ridurre la retorica
della narrazione.
Così, SAN NEPOMUCENO è sintesi che nulla concede
all’ornamento, come se l’artista si spogliasse di ogni vanità estetica,
facendo dell’immagine uno spunto riflessivo, non lo scopo.

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Isabella Mara – “L’estate di Albert”

ITA

L’Artista Isabella Mara conclude la terza Residenza d’Artista della Civica Scuola d’Arte di Pavia con il progetto vincitore di quest’anno
“L’estate di Albert”
il viaggio di Isabella Mara nell’estate di Albert Einstein

L’estate di Albert

La Residenza Ar.Vi.Ma. si sta sempre più configurando come il sostare di un artista in un luogo appartato, lontano da riflettori, vetrine, mondanità contemporanee.
Qui l’artista è richiesto di lavorare a un progetto, in linea con la sua ricerca.
Solo lavoro, quasi monacale, senza concessioni a fronzoli di sorta. I momenti ufficiali di contatto con l’esterno sono il confronto con il direttore artistico, un incontro con il pubblico, le riprese con la regista Silvia Migliorati, che sempre dedica un film breve all’artista in residenza.
Specialmente quest’anno – guardando Isabella Mara all’opera – mi è parso che questa impostazione sia pertinente, che ben rappresenti il luogo in cui l’esperimento si compie, la casa-studio di Alfonso Marabelli e della moglie Lina Sannazzaro, semplice e però ardita nel concetto: una sorta di tempio dell’arte, dove il tempio ha le sembianze un po’ ingenue di una basilica a metà tra romanica e gotica, a partire dall’abside rovesciata in facciata.
Isabella Mara ha da subito amato la luce di questa casa, le finestre che si aprono numerose e che quasi fanno immaginare che i proprietari ne aprissero di nuove ogni volta che fosse necessario illuminare di più: l’inizio non poteva essere migliore.
A portare Isabella Mara a Pavia è stata un’idea sull’estate che Albert Einstein vi trascorse nel 1895, quando sedicenne aveva appena lasciato Monaco di Baviera per raggiungere la famiglia, la cui fabbrica per la produzione di energia elettrica era accanto al Naviglio. Dall’epistolario con Ernestina Marangoni, la giovane di Casteggio con la quale strinse un’amicizia poi lunga una vita, risulta che quelli furono giorni di speciale spensieratezza, che lo liberarono dal clima opprimente conosciuto in Germania e lo predisposero agli studi a Zurigo intrapresi in autunno.
Il progetto di Isabella Mara parte dunque da quella bolla di sospensione nella vita di chi avrebbe rivoluzionato il concetto fisico di spaziotempo, e tende un ideale filo rosso tra questa e quell’estate. Non si tratta certo di documentare i giorni di Einstein nel pavese, semmai di evocarli, procedendo per continui scarti semantici e visuali.
L’artista ha infatti fin qui realizzato girandole di carta – la girandola è, di per sé, legata all’idea di vento caldo, luce e gioco –, all’interno delle quali va collocando collage di immagini, parole e interventi grafici. Ogni girandola diviene un piccolo contenitore narrativo, e la narrazione miniaturizzata allude a qualcosa di riconducibile alla Pavia di Einstein. La carta impiegata è per lo più desunta da quotidiani locali, ma possono partecipare anche ritagli che appartengono al repertorio di “immagini sospese” dell’artista, quelle che l’hanno colpita per i motivi più vari e sono in attesa di collocazione.
Ci sono dunque microcosmi di carta che saranno infine circoscritti da cornici, fiori più o meno aperti, ognuno dei quali con piccole figurazioni da scoprire.
Non è il caso di scomodare i collage dada di Hannah Höch, né la poesia visiva, anche se poi capita che la storia dell’arte si insinui attraverso filtri più o meno intenzionali, e lì sedimenti, pur nel variare delle espressioni.
Nota dominante del lavoro di Isabella Mara è semmai il senso del viaggio, e la sua storia di artista ne è testimonianza, dall’anno di studio trascorso in Estonia, alla sua esplorazione dei Balcani poi confluita nei disegni e collage del progetto Pass-Home (2010-2013), che ha tratto spunto dalle riflessioni del sociologo francese François de Singly sull’andare dell’uomo contemporaneo, senza mai volerne però essere la verifica dimostrativa.
Anche il suo lavoro dedicato a Einstein è viaggio nel viaggio.
Percorso cercando i luoghi di Einstein, le lettere di Ernestina Marangoni o, più semplicemente, sfogliando giornali pavesi, anche solo per cogliere atmosfere attuali, che tuttavia conservano ineludibili legami con il passato.
Le girandole restituiscono una levità transitoria rilasciando, insieme con la leggerezza, anche una nostalgia sottile, persino gentile nel suo non essere insistita. Non c’è polverosità di sorta, non nell’intenzione né nel risultato. Ma il gioco di rimandi all’indietro, per chi guarda, scuote la regolarità del tempo, e il tempo giovane di Einstein diventa una fitta di giovinezza, la bicicletta su cui andava ragazzo, la bicicletta che è stata, o è, di tutti.
Allora le mani dell’artista dispongono frammenti iconici all’interno di ruote di carta che idealmente, muovendosi, li libereranno nell’aria, insieme con le parole scritte qua e là e però illeggibili, echi di quel che si è detto.
Le mani piegano, incollano, tracciano segni e cuciono. Ancora una volta mani femminili che mettono ordine e tengono insieme.
Ma, se ci si fa caso, le mani delle donne – nel lavoro di un’artista è anche più evidente – non sono mai fatte per trattenere. Sono educate da sempre a trasformare e poi dare.
Isabella Mara con le mani semina in solchi di carta immagini di suoi viaggi e del suo viaggio pavese, che si intrecciano a quello di Einstein, al fiume alle chiese agli incontri, a un’ipotesi di passato che scolora, nel tempo, ma si riaccende nello sguardo attuale e nell’immaginazione, e dunque si rifà nuovo.

Silvia Ferrari Lilienau

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Mostra d’arte degli allievi Ar.Vi.Ma. 2016

per web mostra allievi 2016-01

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