Ivo Bisignano – “Ticinum Opera”

ITA

Ticinum Opera
Silvia Ferrari Lilienau

L’opera di Ivo Bisignano nasce dalla traduzione in materia dell’adagiarsi di Pavia sul Ticino.
L’artista ama leggere le città secondo il loro impianto urbanistico, gioca cioè d’astrazione, entra nella struttura ossea degli spazi.
Non è, in lui, la percezione fisica del luogo a prevalere, non sono i suoni né i profumi. È semmai il reticolo delle strade, l’incrociarsi delle une con le altre e il collocarsi intorno al fiume che ne attraversa il tessuto. È il trasporre in geometrie.
Così si mette ordine nella percorribilità delle vie e, idealmente, si può prescindere dalla fisicità dell’esperienza. Questa è la lettura preliminare di chi si sia formato come architetto, c’è una ratio purista che impone di raggiungere l’essenza della costruzione, individuandone le linee, i profili.
Ivo Bisignano era nel suo studio a Tel Aviv quando ha considerato la pianta di Pavia. Non ha avuto bisogno di fare un sopralluogo per provare a capirne il carattere. L’ha indagata razionalmente.
La fase successiva, quella più squisitamente artistica, consiste invece nella reinvenzione. La resa di un processo analitico in corpo scultoreo tridimensionale.
Lì, nell’invenzione, è arrivato il capovolgimento di ruoli e di materia. La solidità della costruzione urbana può allora permettersi di fluidificarsi, mentre l’acqua del fiume diventa metallo.
Ancora. La robustezza della definizione in pianta dell’abitato si fa blocco di vetro, con la trasparenza dell’acqua, ma anche dai margini scabri, di materia un po’ sporca, che nella perdita di levigatezza perde la sua virtù specchiante, e si rende meno disponibile al tatto. Si allontana.
Il Ticino diventa invece una tensostruttura in cui i fili di ottone, giallo come l’oro, si congiungono, e il tracciato dei percorsi finisce lì, nel fiume. Se la parte solida si alleggerisce nel vetro, la parte liquida si solidifica invece per dovere di visualizzazione, ma si avverte soffice, e trattiene in sé delle foglie d’oro quasi intrappolate.
I due bracci di fiume si dipartono dal nucleo urbano come nuvole, sul letto del fiume così reinterpretato si culla il blocco di vetro in cui la città liquida prende forma.
Nel suo prodursi, il lavoro si sposta dal gesto dello scultore al fare dell’orafo o del tessitore. Con il senso della sospensione che viene da lontano, dai mobiles di Alexander Calder, ma che interagisce qui con l’aria più in termini mimetici che non funzionali.
Poi, aggiunta ultima all’intero, l’ombra.
Questa è la messa in opera teatrale, la ricerca di drammatizzazione che esasperi l’intrico dei fili restio a sottomettersi, ingigantendosi sulla parete e sulla parete espandendo la costruzione, pur nella sua inesistenza.
Provo a riannodare il filo. Si era partiti dall’individuazione delle geometrie urbane. La città è stata spolpata, deprivata dei sui tessuti molli, scoperta nella sua griglia portante. Il procedere per sottrazione che è dello scultore che voglia snudare la materia, e liberarla da ogni ingombro. A quel punto è avvenuto il ribaltamento, la città e il fiume si sono scambiati le parti. Per poi non essere più né città né fiume, ma una tessitura fatta preziosa per sfidare la forza di gravità, e risalire pareti, invece di defluire. A terra rimane la città, come un uovo irregolare nel nido.
Inevitabile sfiorare le valenze simboliche dell’uovo nell’arte, che attraverso i secoli si conferma rimando alla vita, dalle pitture parietali delle tombe etrusche alle sacre conversazioni rinascimentali.
Si cede pure con facilità alla tentazione di riandare all’oreficeria longobarda.
Così, si pensa a Ivo Bisignano che ha lasciato Milano per vivere tra Londra e Tel Aviv, e ha temporaneamente deviato verso un Ticinum immaginario, portandosi appresso fili metallici leggeri da legare a un vetro che è come cristallo di rocca.
Una discesa preliminare nelle sole coordinate spaziali, per dirigere il viaggio verso un’esperienza artistica che, a risalire verso la forma ultima, aggiunge pezzo a pezzo in senso quasi modulare, ma cresce anche in spessore semantico, tendendo a debordare oltre i suoi stessi margini, o argini.
In questo coerente a un suo motto, “more is more”, consapevolmente ribelle all’ascetismo modernista del “less is more” coniato da Mies van der Rohe, e invece tributo al sentire appassionato e all’inquietudine di viaggiatore che gli segnano i giorni.

Bandiera-inglese

Ticinum Opera
Silvia Ferrari Lilienau
Translation by Flora Mary Falcone

The city of Pavia lies on the river Ticino, and Ivo Bisignano’s work springs from translating this picture into matter.
The artist loves reading the cities’ urban plan, he works by abstractions, enters the space structure right to the bone.
What prevails in him is not the physical perception of a place, nor the sounds or the smells. If anything, it’s the streets’ grid pattern, the way they meet and rest around the river that crosses the urban fabric. It’s the transposition in geometries.
This way it’s easy to walk down the streets regardless of any physical experience, ideally. This is the preliminary interpretation of a trained architect: a purist ratio dictates that we appreciate the essence of the composition, observing its lines and profiles.
Ivo Bisignano was in his studio in Tel Aviv when he considered the map of Pavia. He had no need of a local inspection to try and understand its nature. He analysed it rationally.
The next step, purely artistic, consists in the reinvention. In translating an analytic procedure into a three dimensional sculpture.
The process of invention causes an overturning of roles and matter. The solidity of the urban construction turns fluid, while the river water becomes metal.
And again. The firmness of an outlined urban map becomes a block of glass, with the clearness of water yet defined by coarse edges, usual of soiled materials, which by losing their smoothness also give up their mirror-like qualities and result less pleasing to the touch.
The Ticino turns into a tensile structure in which the golden yellow brass wires intertwine and the path layout ends and merges with the river. While the solid part lightens in the glass, the liquid part solidifies to comply to the need of visualisation, and is yet perceived as soft, holding gold leaves – as if trapped – within itself.
The two branches of the river unravel from the urban core like clouds; the bed of the river, interpreted in such a way, cradles the glass block wherein the liquid city takes form.
In its making, the work moves from the sculptor’s action to the touch of a goldsmith or a weaver. With a sense of suspension – of distant origin: Alexander Calder’s mobiles – which in this case interacts with the air in more mimetic terms than functional ones.
One final last addition: shadow.
It implies a theatrical restitution of the work, a search for a dramatised exasperation of the wires’ tangle, intent on being not subdued but magnified by projecting itself on the wall and expanding its structure – despite the lack of physicality.
I’ll try to tie the knot. We started off by identifying the urban geometries. The city was emptied, deprived of its soft tissues, uncovered in its supporting grid. To proceed by subtraction is typical of the sculptor who intends to unveil matter and free it of any unnecessary load. At this point we had the overturning, the city and the river exchanged roles. Not a city nor a river any longer, they instead become a precious weaving in order to defy gravity, and crawl up walls instead of flowing downwards. What remains on the ground is the city, like an irregular egg in its nest.
I must inevitably mention the symbolical value of the egg in art, which throughout the centuries confirms the meaning of life, from the parietal art found in Etruscan tombs to the Renaissance sacre conversazioni.
It’s easy to give in to the temptation to look back on the Langobardic goldsmiths as well.
In the same way, we can picture Ivo Bisignano, who left Milan to live between London and Tel Aviv and temporarily diverted towards an imaginary Ticinum, carrying light metal filaments to tie to a block of glass, as if it were rock crystal.
A preliminary descent in the bare coordinate space; and then the journey of the artistic experience which acquires its final form piece after piece, growing both in modular structure and in semantic depth, spilling over its border – or bank.
True to his motto “more is more”, and consciously defying modernist asceticism – at its peak with Mies van der Rohe’s “less is more” –, Ivo Bisignano pays tribute to the voyageur’s passionate and restless sensitivity which marks his time.

Share Button

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>